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Indennità ai tecnici sanità: si va in causa

L’azienda sanitaria impose la pronta disponibilità e ora non paga l’indennità Gianna Colle: «Eppure li avevamo avvisati. Ora non rispondono nemmeno»


Era il 17 marzo quando una lettera del Direttore generale dell’Azienda sanitaria avvisava che il personale tecnico sarebbe stato collocato in pronta disponibilità 24 ore su 24. In pratica: si resta sempre reperibili, per intervenire su qualunque necessità possa manifestarsi nelle strutture. La lettera faceva riferimento alla Pandemia ed era rivolta al personale tecnico del Dipartimento Infrastrutture, di ogni livello e qualifica professionale. Normalmente questo tipo di disponibilità è previsto, ma per periodi limitati e con una turnazione ed è chiaro che la “pronta disponibilità” è normata dal contratto collettivo, che prevede un’indennità. «Già in quell’occasione abbiamo ammonito l’Azienda sanitaria: ruolo del sindacato è anche vigilare su queste cose e l’invito è stato alla cautela: l’indennità ammonta a circa 35 euro ogni 12 ore di disponibilità. Se poi si viene chiamati in servizio si espongono le ore di straordinario, se invece non si viene chiamati si viene comunque indennizzati. Chi è reperibile non può allontanarsi troppo dal luogo di lavoro, non può fare ferie o prendere altri impegni personali». Ma a maggio arriva una nuova lettera in cui, sostanzialmente, l’Azienza sanitaria invita i dipendenti a comunicare solo le ore di servizio svolto, dunque si calpesta il contratto collettivo. «L’Azienda deve essersi finalmente accorta del tipo di esborso e ha tentato di cancellare il proprio errore. Abbiamo dunque scritto all’Azienda stessa manifestando il fatto che questo, semplicemente, non si può fare. Non avendo risposta, abbiamo scritto al servizio lavoro della Provincia richiedendo la convocazione della commissione di conciliazione. Ma l’Azienda sanitaria non ha accettato e dunque il Servizio lavoro ci ha comunicato che la nostra richiesta è archiviata». E ora? «Saremo costretti ad andare in causa. È davvero un peccato che l’Azienda sanitaria sia stata sorda quando abbiamo manifestato le prime perplessità, che non abbia risposto alla lettera, che non abbia accettato il tentativo di conciliazione. Prima o poi i lavoratori avranno i loro soldi: sarà il giudice a obbligare l’Apss al rispetto di quanto scritto sul contratto. Ma questo non è il modo giusto per lavorare e non è il modo corretto di confrontarsi».

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